Corriere della Sera del 18 Maggio 2017

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2 commenti

Utente kitkat4.4.4 kitkat4.4.4 oltre un anno fa

Trump : Non mollerò mai.

Il problema è che con un Impeachment gli toccherà mollare se saranno veritiere le accuse.

Impeachment:
Messa in stato d’accusa di persona che detiene un’alta carica pubblica, ritenuta colpevole di azioni illecite nell’esercizio delle proprie funzioni, allo scopo di provocarne la destituzione.

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Utente kitkat4.4.4 kitkat4.4.4 oltre un anno fa

Usa, cosa rischia il presidente Trump.
L’impeachment è possibile?
Nella storia degli Stati Uniti nessun presidente è stato rimosso con questa procedura. Nixon si dimise quando era iniziato l’iter al Congresso. La Camera deve formulare l’accusa e il Senato emettere il «verdetto»

Esplora il significato del termine: Non basteranno indizi o sospetti per mandare a casa Donald Trump. Regole giuridiche e valutazioni politiche si intrecciano.

La procedura
La Costituzione americana, nella Sezione 4 dell’articolo 2, quello che descrive poteri e prerogative del capo dello Stato, stabilisce che «il Presidente, il vice presidente e tutti i funzionari degli Stati Uniti, saranno rimossi dall’incarico sulla base di un’accusa (impeachment) e di una condanna per tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti».
Nella storia degli Stati Uniti nessun presidente è stato mai deposto con questa procedura. I precedenti sono due e mezzo, per così dire. Andrew Johnson, nel 1868 e Bill Clinton, nel 1998. Poi c’è il caso di Richard Nixon che si dimise nel 1974, quando l’iter era appena cominciato nel Congresso. Il percorso è piuttosto complicato, diviso in due parti. La Camera dei rappresentanti deve formulare l’accusa, cioè l’impeachment vero e proprio, restando nei confini dell’articolo 2. La decisione passa con il voto della maggioranza dei 435 deputati. Il «verdetto» spetta al Senato. Ma la condanna deve essere approvata dal quorum qualificato dei due terzi dei seggi. Il senso della Costituzione è chiaro: per destituire il presidente serve un consenso largo, trasversale nei partiti e nel Paese, poiché il Senato è eletto su base federale.

Ostacolo alla giustizia
Il punto ora è stabilire se il comportamento di Trump nei confronti del direttore dell’Fbi, James Comey, possa prefigurare il reato grave di «ostruzione della giustizia». Secondo la ricostruzione del New York Times, negata dalla Casa Bianca, il presidente avrebbe fatto pressioni su Comey perché «lasciasse perdere» le indagini su Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale sospettato di collusione con esponenti del governo russo. Ieri, nei corridoi di Capitol Hill, i parlamentari discutevano proprio di questo. Due le tesi, al momento. La prima, per ora minoritaria, sostiene che sì, Trump ha cercato di condizionare pesantemente Comey, prima invitandolo a cena il 27 gennaio e chiedendogli «lealtà personale». Poi il 14 febbraio invitandolo a insabbiare l’inchiesta sul dossier russo, o, perlomeno, a derubricare la posizione di Flynn. L’altra ipotesi che circola in Parlamento è che Trump, in realtà, si sia limitato a «riflettere ad alta voce» con Comey, elogiando le qualità del fedele generale Flynn. Tra questi due schieramenti galleggia il grosso dei deputati e senatori, in attesa di avere qualche elemento in più. Per esempio la versione originale del memo di Comey, scritto subito dopo l’incontro con il presidente.
L’iniziativa politica
Il precedente più utile, e più vicino, è quello di Bill Clinton che nel 1998 fu portato davanti al Senato per aver mentito sulla sua relazione con la stagista Monica Lewinsky e per aver ostacolato l’accertamento dei fatti. Esiste, dunque, un punto di riferimento giuridico preciso: «l’ostruzione alla giustizia» fa parte dei «gravi crimini e misfatti», menzionati nella sezione 4 dell’articolo 2 della Costituzione e perseguibili con l’impeachment. Naturalmente ci sono sempre margini di interpretazione. Tanto meno le prove sono circostanziate, tanto più conta l’iniziativa politica della Camera dei rappresentanti. Va ricordato che in questo momento tutti e due i rami del Parlamento sono controllati dai repubblicani.

L’ultima risorsa
La Costituzione prevede anche una misura d’emergenza, sancita nella sezione 4 del venticinquesimo emendamento, introdotto nel 1967. Il vice presidente e la maggioranza del gabinetto di governo possono inviare una lettera al Congresso, sostenendo che il presidente sia incapace di assolvere ai suoi compiti. I poteri passano quindi al vice. Ma se il presidente replica con un altro messaggio scritto, riprende immediatamente le sue funzioni. A quel punto il numero due della Casa Bianca può insistere e allora Camera dei rappresentanti e Senato decidono, con il quorum dei due terzi, a chi affidare il Paese. Ma è uno scenario al momento fantasioso. Veramente difficile immaginare il vice Mike Pence mettersi alla testa della fronda. Con quali ministri poi? Tolti i generali James Mattis e Herbert Raymond McMaster, non ci sono figure così indipendenti da partecipare alla rivolta.Non basteranno indizi o sospetti per mandare a casa Donald Trump. Regole giuridiche e valutazioni politiche si intrecciano.
La procedura
La Costituzione americana, nella Sezione 4 dell’articolo 2, quello che descrive poteri e prerogative del capo dello Stato, stabilisce che «il Presidente, il vice presidente e tutti i funzionari degli Stati Uniti, saranno rimossi dall’incarico sulla base di un’accusa (impeachment) e di una condanna per tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti».
Nella storia degli Stati Uniti nessun presidente è stato mai deposto con questa procedura. I precedenti sono due e mezzo, per così dire. Andrew Johnson, nel 1868 e Bill Clinton, nel 1998. Poi c’è il caso di Richard Nixon che si dimise nel 1974, quando l’iter era appena cominciato nel Congresso. Il percorso è piuttosto complicato, diviso in due parti. La Camera dei rappresentanti deve formulare l’accusa, cioè l’impeachment vero e proprio, restando nei confini dell’articolo 2. La decisione passa con il voto della maggioranza dei 435 deputati. Il «verdetto» spetta al Senato. Ma la condanna deve essere approvata dal quorum qualificato dei due terzi dei seggi. Il senso della Costituzione è chiaro: per destituire il presidente serve un consenso largo, trasversale nei partiti e nel Paese, poiché il Senato è eletto su base federale.

Ostacolo alla giustizia
Il punto ora è stabilire se il comportamento di Trump nei confronti del direttore dell’Fbi, James Comey, possa prefigurare il reato grave di «ostruzione della giustizia». Secondo la ricostruzione del New York Times, negata dalla Casa Bianca, il presidente avrebbe fatto pressioni su Comey perché «lasciasse perdere» le indagini su Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale sospettato di collusione con esponenti del governo russo. Ieri, nei corridoi di Capitol Hill, i parlamentari discutevano proprio di questo. Due le tesi, al momento. La prima, per ora minoritaria, sostiene che sì, Trump ha cercato di condizionare pesantemente Comey, prima invitandolo a cena il 27 gennaio e chiedendogli «lealtà personale». Poi il 14 febbraio invitandolo a insabbiare l’inchiesta sul dossier russo, o, perlomeno, a derubricare la posizione di Flynn. L’altra ipotesi che circola in Parlamento è che Trump, in realtà, si sia limitato a «riflettere ad alta voce» con Comey, elogiando le qualità del fedele generale Flynn. Tra questi due schieramenti galleggia il grosso dei deputati e senatori, in attesa di avere qualche elemento in più. Per esempio la versione originale del memo di Comey, scritto subito dopo l’incontro con il presidente.
L’iniziativa politica
Il precedente più utile, e più vicino, è quello di Bill Clinton che nel 1998 fu portato davanti al Senato per aver mentito sulla sua relazione con la stagista Monica Lewinsky e per aver ostacolato l’accertamento dei fatti. Esiste, dunque, un punto di riferimento giuridico preciso: «l’ostruzione alla giustizia» fa parte dei «gravi crimini e misfatti», menzionati nella sezione 4 dell’articolo 2 della Costituzione e perseguibili con l’impeachment. Naturalmente ci sono sempre margini di interpretazione. Tanto meno le prove sono circostanziate, tanto più conta l’iniziativa politica della Camera dei rappresentanti. Va ricordato che in questo momento tutti e due i rami del Parlamento sono controllati dai repubblicani.

L’ultima risorsa
La Costituzione prevede anche una misura d’emergenza, sancita nella sezione 4 del venticinquesimo emendamento, introdotto nel 1967. Il vice presidente e la maggioranza del gabinetto di governo possono inviare una lettera al Congresso, sostenendo che il presidente sia incapace di assolvere ai suoi compiti. I poteri passano quindi al vice. Ma se il presidente replica con un altro messaggio scritto, riprende immediatamente le sue funzioni. A quel punto il numero due della Casa Bianca può insistere e allora Camera dei rappresentanti e Senato decidono, con il quorum dei due terzi, a chi affidare il Paese. Ma è uno scenario al momento fantasioso. Veramente difficile immaginare il vice Mike Pence mettersi alla testa della fronda. Con quali ministri poi? Tolti i generali James Mattis e Herbert Raymond McMaster, non ci sono figure così indipendenti da partecipare alla rivolta.

http://www.corriere.it/esteri/17_maggio_18/cosa-rischia-presidente-l-impeachment-possibile-d50926e4-3b38-11e7-935a-b58ef33c02e7.shtml

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