Il Manifesto del 19 Aprile 2013

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3 commenti

Utente mauro mauro oltre 6 anni fa

Vedrei bene Rodotà Presidente della Repubblica e Prodi Presidente del Consiglio, il nano agli arresti domiciliari e alfano come facchino nell’Alitalia coadiuvato da bersani e a quello che rimane di bozzi.

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Utente Macally Macally oltre 6 anni fa

Perché Berlusconi ha fallito (e perché è arrivato Monti)Fonte: Garzanti Libri

http://www.garzantilibri.it/default.php?page=news&NEWSID=996

Se ci si basa sui puri dati statistici, i governi presieduti da Berlusconi sono stati un fallimento totale. Nei primi anni Novanta l’economia italiana superò per un breve periodo quella inglese, piazzandosi al quinto posto della classifica mondiale. Sedici anni dopo l’eruzione di Berlusconi sulla scena politica, l’economia del paese è del 20 per cento inferiore a quella della Gran Bretagna. L’Italia è ultima tra i trenta paesi dell’Oecd quanto a crescita del Pil pro capite, una misura chiave della produttività e della ricchezza di una nazione. In media i paesi dell’Oecd sono cresciuti con un tasso annuo del 2,6 per cento tra il 1994 (l’anno in cui Berlusconi divenne per la prima volta presidente del consiglio) e il 2007, mentre l’Italia è cresciuta con un tasso annuo inferiore all’1,5 per cento.  Le ragioni del declino dell’Italia sono numerose e complesse. L’Italia è stata colpita più duramente di altri paesi europei dai cambiamenti strutturali dell’economia mondiale.

In un mercato vecchio e fortemente protezionista, il rapporto con l’establishment politico conferiva dei vantaggi decisivi: il governo italiano acquistava automobili Fiat e computer Olivetti, finanziava la costruzione di nuovi stabilimenti e teneva alla larga la concorrenza giapponese. Nei periodi di rallentamento economico, la lira veniva svalutata per rendere i prodotti italiani più economici e competitivi all’estero. Ma dopo il 1992 gli italiani si sono trovati improvvisamente a competere con il mondo intero e il governo italiano, abbracciando l’unione monetaria europea, non poteva più ricorrere alla svalutazione nel momento del bisogno.  Inoltre l’Italia si è rivelata più vulnerabile di altri paesi europei alla concorrenza delle economie asiatiche basate sul basso costo del lavoro. L’economia italiana poggia in gran parte su piccole imprese familiari che producono tessuti, abiti, scarpe e mobili, prodotti che generalmente non richiedono grandi investimenti di capitale e tecnologie avanzate e sono quindi vulnerabili a concorrenti che possono sfruttare un mercato del lavoro a basso costo. In compenso, è poco presente in settori basati sulla conoscenza, che sono meno esposti a questo rischio: una parte di responsabilità va alla miopia della classe politica italiana. 

L’Italia ha fatto poco o nulla per prepararsi al futuro. La Spagna ha avuto un incremento del 700 per cento della popolazione universitaria dopo la metà degli anni Settanta e ora quasi il 29 per cento della sua popolazione adulta è laureata, mentre l’Italia è rimasta al palo con un 12,9 per cento. La media dei paesi dell’Oecd è del 26 per cento. L’Italia investe in ricerca meno della metà rispetto agli altri paesi dell’Oecd e le sue performance per numero di ricercatori scientifici e di brevetti registrati sono tra le peggiori in Europa.  Il costo dei permessi statali per aprire un’impresa in Italia è in media di 5.012 euro e richiede 62 giorni ripartiti tra 16 diverse pratiche burocratiche. In Gran Bretagna sono necessari 381 euro, 4 giorni e 5 procedure. Negli Stati Uniti 167 euro, 4 giorni e 4 procedure.  Per completare una grande opera pubblica (dai 50 milioni di euro in su) in Italia ci vogliono in media di 2137 giorni, poco meno di 6 anni. La Spagna ha impiegato solo 3 anni per estendere la metropolitana di Madrid di 56 chilometri, costruendo 8 stazioni di raccordo e 28 stazioni ordinarie. La costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità in Italia costa più del quadruplo di quanto costi in Francia o in Spagna.  Tanto la sinistra quanto la destra italiane sono parzialmente responsabili della paralisi e della stagnazione del paese, ma è anche vero che nessun singolo individuo ha responsabilità più grandi di Silvio Berlusconi, il volto del cosiddetto «miracolo italiano. Anche quando non era primo ministro ha avuto abbastanza potere da condizionare il governo, minacciando un’opposizione ostruzionista o scatenando grandi blitz mediatici che hanno spinto il governo a rivedere scelte politiche che non gradiva.  La costante guerra di Berlusconi contro la magistratura italiana, basata su un flusso regolare di leggi pensate per rendere sempre più difficile condannare chicchessia per qualsiasi accusa, ha paralizzato il sistema giudiziario. La durata media di un processo per risolvere una causa per la rottura di un contratto è di 1210 giorni (quasi 4 anni), mentre in Spagna (la penultima in classifica) è di soli 515 giorni; in Francia è di 331 giorni e in Gran Bretagna di 217 giorni. In Italia è necessaria la cifra astronomica di 90 mesi (quasi 8 anni) per mettere in vendita l’immobile di una persona che ha smesso di pagare le rate di un mutuo. In Spagna bastano 11 mesi, in Danimarca 6. L’Italia di Berlusconi è una nazione senza regole e senza legge.  Anziché aprire e liberalizzare davvero i mercati italiani, Berlusconi ha conservato gelosamente il controllo sulle risorse economiche per premiare gli amici e punire i nemici. E la legge viene costantemente disattesa. Berlusconi ha fatto più volte ricorso a sanatorie sull’evasione fiscale e condoni edilizi, che hanno portato a livelli di elusione e mancati introiti tanto elevati da costituire una perdita consistente per l’economia italiana.  Uno dei punti principali del programma economico del nuovo governo Berlusconi è stato il cosiddetto «scudo fiscale», che ha consentito a chi aveva nascosto i propri fondi all’estero di riportarli in Italia pagando un’ammenda pari solo al 5 per cento, una specie di cuccagna per evasori fiscali e riciclatori di denaro sporco. Le possibilità che questo genere di capitalismo clientelare – che Berlusconi non ha certo creato, ma ha fatto molto per alimentare – portino l’Italia fuori dal guado sono prossime allo zero.  L’ultima salva di scandali – lo squallore, il clientelismo, il sistematico disprezzo della legge e delle regole – aiuta a chiarire perché l’Italia con Berlusconi sia affondata nella mediocrità.  Italia ingovernabile  I problemi dell’Italia naturalmente non si riducono a Berlusconi. Molti esponenti del centrosinistra e del centrodestra mettono in guardia contro i pericoli di una demonizzazione del premier. Ma il terzo mandato di Berlusconi, una ininterrotta sequenza di scandali e controversie, ha già chiarito – come se i primi due mandati non avessero offerto prove a sufficienza – che l’Italia, sotto Berlusconi, è semplicemente ingovernabile. In primo luogo a causa degli enormi conflitti d’interessi che Berlusconi incarna: il monopolista della televisione privata che gestisce il proprio principale concorrente, un imputato di processi penali che gestisce il sistema giudiziario, uno dei maggiori attori in campo finanziario, assicurativo e immobiliare che regolamenta questi stessi settori, l’imputato in molti processi nei quali, come presidente del consiglio, è anche parte lesa e parte civile. Sulla strada di qualsiasi governo, sono macigni che non si possono aggirare. Ogni legge che Berlusconi propone o prova a bloccare – dalla riforma fiscale agli incentivi industriali, dalle misure anticrimine alla legislazione finanziaria alla regolamentazione dei mezzi di comunicazione – emana immediatamente un odore sospetto, perché si è costretti a chiedersi subito chi ne benefici e quale potrebbe essere l’impatto su Berlusconi. Questo sarebbe vero anche se Berlusconi fosse l’altruista illuminato che sembra convinto di essere. È un problema strutturale, non personale. La democrazia moderna è semplicemente antitetica rispetto al governo monarchico del leader assoluto.  (da Alexander Stille, Citizen Berlusconi. Il Cavalier Miracolo, Garzanti, Milano, 2010)

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Utente FrancoPo. FrancoPo. oltre 6 anni fa

Sarebbe bastato un link. Il libro era già conosciuto e anche commentato non troppo benevolmente.

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