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FRANCESCO BUFFA DESIGNER
8 mesi fa
Voglio esprimere la mia gioia nell’apprendere che talvolta in Italia – in materia di arte e prestigio culturale – qualche cosa può ancora essere risolta dignitosamente. Mi riferisco tra l’altro, al doveroso intervento della Corte dei Conti del Lazio, che avrebbe intrapreso una indagine mirata in merito all’acquisto, da parte dello Stato, di un Crocifisso in “legno di tiglio”, che in virtù della semplicistica espressione “attribuito a Michelangelo” è costato, in un momento difficoltoso per l’economia, ai contribuenti italiani € 3.250.000,00. La descrizione, di tale “oggetto” oggi è quasi superflua, stante che fortunosamente esso è divenuto pressoché di pubblico dominio. A suo tempo, chi scrive, osservando quel Crocifisso esposto nella “Sala della Regina” di Palazzo Montecitorio, ebbe l’immediata certezza che la colossale forza espressiva che caratterizza qualsiasi opera di Michelangelo, era assolutamente assente, ma al di la di questa – personale – demoralizzante percezione (vissuta in quella occasione da pochi osservatori), la qualità dell’opera si presentava incomprensibilmente integra, nonostante un numero incontrollabile di presunti restauri strutturali, che il legno e i pigmenti cromatici che lo ricoprono, richiedono inevitabilmente nel corso dei secoli. In più commenti, lo scrivente non ha avuto nessuna difficoltà a esprimere amarezza per quella “attribuzione” ritenuta offensiva nei confronti di chi ha amore e autentico rispetto per la storia dell’arte. Anche in questa occasione, lo scrivente, ribadisce che “la scoperta del crocifisso di Michelangelo sia stata nella migliore delle ipotesi una suggestione involontariamente prodotta da personaggi mediatici, ai quali ognuno – secondo la propria cultura, intelligenza e sensibilità – può credere o meno”. Poiché geni del calibro di Michelangelo, non richiedono attribuzioni o intercessioni esclusive. Fortunatamente, la storia dell’arte universale, ha sempre rivelato nel tempo, con strumenti limpidi, accessibili anche ai più semplici, quelle realtà culturali che costituiscono vero patrimonio dell’umanità e non certo il “sapere” di pochi “illuminati”, che tali si professano – attraverso strumenti multimediali ben collaudati, ai quali per motivi intuibili hanno facile accesso – come unici garanti del sapere, ai quali è riservato l’insindacabile diritto di gestire la realtà storica. Il grande Michelangelo come tutti i grandi, ancora oggi, continua a parlare senza intermediari, con la semplicità che solo i grandi riescono a gestire nei secoli, senza bisogno dell’intercessione di “pochi illuminati” conoscitori che “generosamente” ne rivelano l’appartenenza alle masse. La “scoperta” di questa opera, nella migliore delle ipotesi, è effimera suggestione, dannosa persino ai “distratti”, alla cultura e alla storia dell’arte reale, con la quale prima o poi certi attori mediatici dovranno fare inevitabilmente i conti. Sono pertanto perfettamente d’accordo con quanto pubblicato, in materia dal celebre storico dell’arte Maurizio Marini “Il Tempo – 23 dicembre 2008” il quale nel suo articolo (che invito a leggere), al di la delle sue concrete perplessità, conclude “Che è spropositata la cifra pagata per l`acquisto, 3 milioni e 250 mila euro. L`opera già a 300 mila euro sarebbe stata strapagata.” Trovo conforto anche sull’interessamento di numerosi giornali italiani e stranieri non certo ultimo il New York Times, di studiosi e intellettuali che stanno seriamente affrontato il problema che speriamo possa arrivare a una soluzione dignitosa e trasparente.
Francesco Buffa
Voglio esprimere la mia gioia nell’apprendere che talvolta in Italia – in materia di arte e prestigio culturale – qualche cosa può ancora essere risolta dignitosamente. Mi riferisco tra l’altro, al doveroso intervento della Corte dei Conti del Lazio, che avrebbe intrapreso una indagine mirata in merito all’acquisto, da parte dello Stato, di un Crocifisso in “legno di tiglio”, che in virtù della semplicistica espressione “attribuito a Michelangelo” è costato, in un momento difficoltoso per l’economia, ai contribuenti italiani € 3.250.000,00. La descrizione, di tale “oggetto” oggi è quasi superflua, stante che fortunosamente esso è divenuto pressoché di pubblico dominio. A suo tempo, chi scrive, osservando quel Crocifisso esposto nella “Sala della Regina” di Palazzo Montecitorio, ebbe l’immediata certezza che la colossale forza espressiva che caratterizza qualsiasi opera di Michelangelo, era assolutamente assente, ma al di la di questa – personale – demoralizzante percezione (vissuta in quella occasione da pochi osservatori), la qualità dell’opera si presentava incomprensibilmente integra, nonostante un numero incontrollabile di presunti restauri strutturali, che il legno e i pigmenti cromatici che lo ricoprono, richiedono inevitabilmente nel corso dei secoli. In più commenti, lo scrivente non ha avuto nessuna difficoltà a esprimere amarezza per quella “attribuzione” ritenuta offensiva nei confronti di chi ha amore e autentico rispetto per la storia dell’arte. Anche in questa occasione, lo scrivente, ribadisce che “la scoperta del crocifisso di Michelangelo sia stata nella migliore delle ipotesi una suggestione involontariamente prodotta da personaggi mediatici, ai quali ognuno – secondo la propria cultura, intelligenza e sensibilità – può credere o meno”. Poiché geni del calibro di Michelangelo, non richiedono attribuzioni o intercessioni esclusive. Fortunatamente, la storia dell’arte universale, ha sempre rivelato nel tempo, con strumenti limpidi, accessibili anche ai più semplici, quelle realtà culturali che costituiscono vero patrimonio dell’umanità e non certo il “sapere” di pochi “illuminati”, che tali si professano – attraverso strumenti multimediali ben collaudati, ai quali per motivi intuibili hanno facile accesso – come unici garanti del sapere, ai quali è riservato l’insindacabile diritto di gestire la realtà storica. Il grande Michelangelo come tutti i grandi, ancora oggi, continua a parlare senza intermediari, con la semplicità che solo i grandi riescono a gestire nei secoli, senza bisogno dell’intercessione di “pochi illuminati” conoscitori che “generosamente” ne rivelano l’appartenenza alle masse. La “scoperta” di questa opera, nella migliore delle ipotesi, è effimera suggestione, dannosa persino ai “distratti”, alla cultura e alla storia dell’arte reale, con la quale prima o poi certi attori mediatici dovranno fare inevitabilmente i conti. Sono pertanto perfettamente d’accordo con quanto pubblicato, in materia dal celebre storico dell’arte Maurizio Marini “Il Tempo – 23 dicembre 2008” il quale nel suo articolo (che invito a leggere), al di la delle sue concrete perplessità, conclude “Che è spropositata la cifra pagata per l`acquisto, 3 milioni e 250 mila euro. L`opera già a 300 mila euro sarebbe stata strapagata.” Trovo conforto anche sull’interessamento di numerosi giornali italiani e stranieri non certo ultimo il New York Times, di studiosi e intellettuali che stanno seriamente affrontato il problema che speriamo possa arrivare a una soluzione dignitosa e trasparente.
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